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Come tutte le novità, alla sua nascita,  internet suscitava o interesse o paura. Interesse per chi riusciva ad apprezzare i possibili impieghi che questo strumenti poteva svolgere (si pensi anche solo al concetto di underground telematico ). Paura, invece, per chi ignorava il suo funzionamento e immaginava dietro a ogni suo utilizzatore un possibile criminale.

Tra gli ignoranti in materia, una quindicina di anni fa, c’erano chi, ancora oggi, ci controlla e comanda. ( Mettendo insieme, in una equazione, ignoranza e potere ci si può aspettare di tutto, ma non ne esce mai un buon risultato. ) Nel 1994 il risultato fu il crackdown italiano (o italian crackdown).

Da un articolo di Carlo Gubitosa:

Nel maggio 1994 la terribile equazione che associava la comunicazione elettronica alle attività illegali si è trasformata da “semplice” deficit culturale in un vero e proprio teorema giudiziario, che ha scatenato l’ira funesta della Guardia di Finanza su centinaia di persone “colpevoli” di aver gestito dei Bulletin Board System (BBS), una di quelle “bacheche elettroniche” caserecce che oggi sembrano preistoria informatica.

Prima di essere “sorpassate” dal boom di Internet, nato in Italia con le speculazioni di Video On Line, quelle bacheche elettroniche gestite da privati, e basate su regole ferree che non consentivano il transito di messaggi pubblicitari, sono state la palestra sulla quale si è formata una generazione di “utenti telematici consapevoli”, che ancora oggi cercano di resistere allo “zapping telematico” orchestrato in rete dai giganti delle telecomunicazioni e dell’intrattenimento.

Nel 1992 una pesantissima azione di lobby della BSA (Business Software Alliance), la “santa alleanza” dei produttori di software, era riuscita a far approvare delle modifiche alla legge sul diritto d’autore che introducevano una distinzione tra i programmi informatici e le altre opere dell’ingegno, sanzionando col carcere la copia di software “a scopo di lucro”.

È dall’applicazione distorta di questa “legge su misura” che due anni più tardi nasce l’operazione “Hardware 1”, passata alla storia con il nome di “Italian Crackdown”: dalla procura di Pesaro partono 173 decreti di perquisizione, che attivano 63 reparti della Guardia di Finanza per una serie di sequestri a tappeto: vengono sequestrati 111.041 floppy disk, 160 computer, 83 modem, 92 CD, 298 streamer e 198 cartridge. Ma non solo. Si confiscano anche dei “reperti” totalmente inutili alle indagini: documenti personali, riviste, appunti, prese elettriche, monitor, stampanti, tappetini per il mouse, contenitori di plastica per dischetti, kit elettronici della scuola radio elettra scambiati per apparecchiature di spionaggio. Si arriva a ‘sequestrare’ perfino un’intera stanza del computer, sigillata dalla Finanza nel timore che da quella stanzetta qualcuno potesse innescare la terza guerra mondiale.

Molti dei denunciati scelgono di patteggiare, pur consapevoli di non aver fatto nulla di illecito. Altri ne fanno una questione di principio e vanno fino in fondo, come Giovanni Pugliese, fondatore dell’Associazione PeaceLink, che viene pienamente scagionato nel 2000 dopo un calvario giudiziario durato sei anni.

Da questi eventi ne nacque un libro (il motivo di questo post): Italian Crackdown di Carlo Gubitosa (il primo libro, in italia, con licenza “open content”).

Una interessante lettura per i nostalgici dei modem a 300 baud, o per chi ha curiosità di scoprire a che prezzo sono nate le prime comunità virtuali.

Buona lettura!

la licenza open content mi permette di “linkarvi” il file del libro:

  • in format0 pdf ( mirror )
  • in formato “on-line” (pagina web di apogeonline.com)
  • e il formato “off-line” ( mirror ) (sempre dalle pagine di apogeonline.com)
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