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Di articoli sullo sviluppo di applicazioni Android si è fatta indigestione. Tutti parlano di dover studiare Java, Ant, SQlite e GnuPG.
Ma se uno non avesse voglia di diventare un programmatore?
C’è un modo, molto sofisticato di sviluppare applicazioni complesse senza scrivere una riga di codice. Il progetto arriva direttamente da Montain View e si chiama Google App Inventor.
Lo sviluppo della grafica dell’applicazione è gestita in modo visuale e le funzionaità si creano con schemi a blocchi.
I blocchi disponibili sono davvero tanti, tanto che si potrebbe pensare che non ne abbiano dimenticata neanche una (ci sono blocchi addirittura per interfacciuarsi con i social network).
Il progetto è ancora in fase beta, la registrazione è consentita solo ai possessori di un account Google (è richiesto un indirizzo Gmail) e bisogna aspettare l’approvazione da parte di Google.
Per testare le applicazioni viene fornita una applicazione java che provvederà ad interfacciare l’applicazione web con il vostro smartphone .

su server Debian based:


aptitude install apache2 mysql-server mysql-client libapache2-mod-auth-mysql

successivamente abilitare i moduli installati


a2enmod dav_fs
a2enmod dav
a2enmod auth_mysql

WebDAV può utilizzare mysql per l’autenticazione, creando una tabella contenente:

  • username
  • passwd
  • groups

(ovviamente per ragioni di sicurezza è consigliato creare un utente MySQL (web_dav) con password (password_di_web_dav) e con privilegi limitati

mysqladmin -u root -p create webdav
mysql -u root -p
GRANT SELECT, INSERT, UPDATE, DELETE ON webdav.* TO 'web_dav'@'localhost' IDENTIFIED BY 'password_di_web_dav';
GRANT SELECT, INSERT, UPDATE, DELETE ON webdav.* TO 'web_dav'@'localhost.localdomain' IDENTIFIED BY 'password_di_web_dav';
FLUSH PRIVILEGES;

USE webdav;
create table mysql_auth (
username char(25) not null,
passwd char(32),
groups char(25),
primary key (username)
);

ora popoliamo il database con gli utenti.
in questo esempio:
username: user_webdav
passwd: user_webdav_pswd
groups: webdav_group

INSERT INTO `mysql_auth` (`username`, `passwd`, `groups`) VALUES('user_webdav', MD5('user_webdav_pswd'), 'webdav_group');

se preferite usare phpmyadmin vi ricordo che per “giocare” a criptare in md5 basta dare:

echo -n "password" | md5sum

in una shell linux

ora manca solo di creare il VirtualHost in Apache che utilizzi WebDAV, quindi modificare con gli opportuni cambiamenti il file di configurazione riportato:

NameVirtualHost *
<VirtualHost *>
ServerAdmin webmaster@localhost

DocumentRoot /var/www/share
<Directory /var/www/share>
Options Indexes MultiViews
AllowOverride None
Order allow,deny
allow from all
</Directory>

Alias /webdav /var/www/share
<Location /webdav>
DAV On
AuthBasicAuthoritative Off
AuthUserFile /dev/null
AuthMySQL On
AuthName “webdav”
AuthType Basic
Auth_MySQL_Host localhost
Auth_MySQL_User web_dav
Auth_MySQL_Password password_di_web_dav
AuthMySQL_DB webdav
AuthMySQL_Password_Table mysql_auth
Auth_MySQL_Username_Field username
Auth_MySQL_Password_Field passwd
Auth_MySQL_Empty_Passwords Off
Auth_MySQL_Encryption_Types PHP_MD5
Auth_MySQL_Authoritative On
require valid-user
</Location>
</VirtualHost>

la directory /var/www/share deve esistere quindi

mkdir -p /var/www/share

Lato client si può usare cadaver (molto simile a un client ftp), il filesystem davfs2, Konqueror o anche gnome Nautilus 😉

presto un aggiornamento della guida per consentire l’accesso anche da client Windows.

Come tutte le novità, alla sua nascita,  internet suscitava o interesse o paura. Interesse per chi riusciva ad apprezzare i possibili impieghi che questo strumenti poteva svolgere (si pensi anche solo al concetto di underground telematico ). Paura, invece, per chi ignorava il suo funzionamento e immaginava dietro a ogni suo utilizzatore un possibile criminale.

Tra gli ignoranti in materia, una quindicina di anni fa, c’erano chi, ancora oggi, ci controlla e comanda. ( Mettendo insieme, in una equazione, ignoranza e potere ci si può aspettare di tutto, ma non ne esce mai un buon risultato. ) Nel 1994 il risultato fu il crackdown italiano (o italian crackdown).

Da un articolo di Carlo Gubitosa:

Nel maggio 1994 la terribile equazione che associava la comunicazione elettronica alle attività illegali si è trasformata da “semplice” deficit culturale in un vero e proprio teorema giudiziario, che ha scatenato l’ira funesta della Guardia di Finanza su centinaia di persone “colpevoli” di aver gestito dei Bulletin Board System (BBS), una di quelle “bacheche elettroniche” caserecce che oggi sembrano preistoria informatica.

Prima di essere “sorpassate” dal boom di Internet, nato in Italia con le speculazioni di Video On Line, quelle bacheche elettroniche gestite da privati, e basate su regole ferree che non consentivano il transito di messaggi pubblicitari, sono state la palestra sulla quale si è formata una generazione di “utenti telematici consapevoli”, che ancora oggi cercano di resistere allo “zapping telematico” orchestrato in rete dai giganti delle telecomunicazioni e dell’intrattenimento.

Nel 1992 una pesantissima azione di lobby della BSA (Business Software Alliance), la “santa alleanza” dei produttori di software, era riuscita a far approvare delle modifiche alla legge sul diritto d’autore che introducevano una distinzione tra i programmi informatici e le altre opere dell’ingegno, sanzionando col carcere la copia di software “a scopo di lucro”.

È dall’applicazione distorta di questa “legge su misura” che due anni più tardi nasce l’operazione “Hardware 1”, passata alla storia con il nome di “Italian Crackdown”: dalla procura di Pesaro partono 173 decreti di perquisizione, che attivano 63 reparti della Guardia di Finanza per una serie di sequestri a tappeto: vengono sequestrati 111.041 floppy disk, 160 computer, 83 modem, 92 CD, 298 streamer e 198 cartridge. Ma non solo. Si confiscano anche dei “reperti” totalmente inutili alle indagini: documenti personali, riviste, appunti, prese elettriche, monitor, stampanti, tappetini per il mouse, contenitori di plastica per dischetti, kit elettronici della scuola radio elettra scambiati per apparecchiature di spionaggio. Si arriva a ‘sequestrare’ perfino un’intera stanza del computer, sigillata dalla Finanza nel timore che da quella stanzetta qualcuno potesse innescare la terza guerra mondiale.

Molti dei denunciati scelgono di patteggiare, pur consapevoli di non aver fatto nulla di illecito. Altri ne fanno una questione di principio e vanno fino in fondo, come Giovanni Pugliese, fondatore dell’Associazione PeaceLink, che viene pienamente scagionato nel 2000 dopo un calvario giudiziario durato sei anni.

Da questi eventi ne nacque un libro (il motivo di questo post): Italian Crackdown di Carlo Gubitosa (il primo libro, in italia, con licenza “open content”).

Una interessante lettura per i nostalgici dei modem a 300 baud, o per chi ha curiosità di scoprire a che prezzo sono nate le prime comunità virtuali.

Buona lettura!

la licenza open content mi permette di “linkarvi” il file del libro:

  • in format0 pdf ( mirror )
  • in formato “on-line” (pagina web di apogeonline.com)
  • e il formato “off-line” ( mirror ) (sempre dalle pagine di apogeonline.com)

Era un po di tempo che su Mambro.it non compariva un articolo interessante dal mondo windows.

Stamattina invece non ho cestinato il feed come sempre ma l’ho letto tutto:

Cameyo è un’ottima applicazione semplice e gratuita che permette a chiunque, anche senza nessuna esperienza, di virtualizzare e rendere portabile qualsiasi programma.

Il programma in pratica si ‘inserisce’ tra il sistema operativo e l’installer dell’applicazione che vogliamo installare catturandone tutto il processo e generando alla fine un unico .exe eseguibile su qualsiasi pc senza doverlo installare nuovamente.

[…]

Il programma in questione è reperibile qua.

Il Grande Fratello, secondo Rebubblica.it, ha ‘un’ nome si chiama: Google, Microsoft, QuantCast Corporation e nomi di tante altre aziende che hanno a che fare con la pubblicità on-line.

Nell’articolo di FABIO TONACCI e MARCO MENSURATI su Repubblica.it il capro espiatorio è Google con tutti i suoi servizi (il motore di ricerca, la posta elettronica GMail.com, YouTube, Picassa, Google Maps, Google Analytics nei webmaster-tools, Google AdSense  ecc.. )

L’occhio che ci spia?

I Cookies, i FlashCookies, i Beacon tutti quei bei file che all’utente servono poco ma che fanno la fortuna di chi ha “le mani in pasta” nella vendita di pubblicità on-line.

Che cosa fanno?

Vanno a incrementare in modo esponenziale i preziosi database che poi verranno venduti o usati per inondarci di pubblicità mirata, secondo i nostri interessi sul web.

Privacy?

A stare a sentire “loro” (‘i ladri di dati’) nessuno viene schedato con nome e cognome, ma grazie a una dimostrazione di Matteo Flora questa cosa viene messa in dubbio. Dall’articolo di Rebubblica:

Abbiamo navigato per 10 minuti come farebbe un qualsiasi utente: abbiamo visitato il sito di Repubblica, abbiamo letto un articolo che parlava di Berlusconi, poi la notizia del passaggio di Mourinho al Real Madrid, siamo passati su un sito di vendita di automobili, abbiamo visto un’intervista al regista James Cameron, poi abbiamo controllato il nostro conto in banca e spedito un messaggio a un amico su Facebook. Su un altro computer – dotato di un software in grado di fare il profiling – abbiamo potuto vedere con gli occhi di Google. Risultato: al numero 4344222, identificativo del browser (il software di navigazione, in questo caso Explorer), era associato il nostro nome e cognome, carpito al momento dell’accesso a Facebook. Poi una lista di parole: Berlusconi, Repubblica, sinistra, politica, opposizione, Bersani, banca (e il nome del nostro istituto), Inter, Mourinho, Real Madrid, calcio, sport, film, cinema, Avatar, 3d, Cameron, avventura, automobile (e l’indicazione di un modello specifico da noi più volte cliccato), utilitaria, usato. Classificate per importanza.

Questo non vuol dire che Google agisca così, ma noi come facciamo a saperlo?

Come difendersi?

Matteo Flora (citato anche prima) consiglia il progetto a cui è a capo con The Fool (società di servizi ad-hoc per l’occasione).

Il progetto, FoolDNS Community – che si presenta come semplice indirizzo di un server DNS,  promette l’anti-schedatura semplicemente sostituendo il DNS in uso.

sul sito sono elencate le seguenti caratteristiche del DNS:

Blocco dell’Advertising

FoolDNS Community blocca l’Advertising di terze parti che non viene erogato dal dominio che state visitando. In questo modo potete essere certi che i vostri dati rimangano solamente nei log dei domini che decidete volontariamente di vistare.

Blocco dei sistemi di Profilazione

FoolDNS Community blocca i sistemi centralizzati di statistiche e reportistiche. Perchè? perchè tramite i sistemi centralizzati soggetti terzi estranei al sito che state visualizzando (ad es. Google Analytics, SiteCounter, Nielsen NetRatings) stilano statistiche di profilazione delle vostre abitudini sui vari siti, senza alcuna autorizzazione preventiva a voi che navigate.

Blocco dei Tracking Cookies

Le vostre abitudini di navigazione sono un patrimonio che appartiene solamente a voi: è per questo che FoolDNS Community blocca centinaia di domini che offrono Cookie Traccianti in gradi di rintracciare la vostra navigazione.

Blocco dei Flash Shared Objects

FoolDNS elimina efficacemente centinaia di realtà che utilizzano i famigerati Flash Shared Objects, meccanismi con cui è possibile rintracciare il singolo navigante anche quanto questi cancella i Cookie.

Impostazione forzata delle politiche di Opt-Out

FoolDNS Community vi tutela anche mentre non lo utilizzate: il sistema esclusivo di FoolDNS, infatti, imposta forzosamente i cookie di Opt-Out dai più noti servizi di Advertising in modo che l’utente sia tutelato anche se smette di usare il nostro servizio DNS.

Blocco dei Click Trackers

FoolDNS Community blocca e “ripulisce” i link destinati al tracciamento, comunemente definiti “Click Tracker”, che memorizzano il click effettuato, la provenienza e le informazioni dell’utente che ha eseguito il click.

Url Expander e Anti-Tracking

FoolDNS Community espande e “ripulisce” i link creati attraverso i portali di “url-shortening” sempre più diffusi. Mediante l’utilizzo di FoolDNS all’utente è presentata una schermata che mostra esattamente la destinazione a cui si sta per essere rediretti, con possibilità di “evitarla” e con la pulizia delle informazioni personali.

Considerazioni pratiche: che tutte le promesse dei servizi sopra citati vengano mantenute non ho avuto moto di constatarlo. Quello che ho però subito notato è un rallentamento nella risoluzione degli indirizzi (difficile battere i DNS di google ). Tuttavia: perchè non provare?

Per chi utilizza Youtube (e chi non ci ha mai guardato mai almeno un video … ) potrebbe risultare utile questa pagina:

TestTube : che è una pagina interna al sito dove sono riunite le funzionalità ancora non del tutto implementate e in attesa di un feedback dagli utenti che abbiano voglia di testarle.

Ad oggi troviamo:

./editor/

# editor dei video caricati su youtube (Google account required)

./comment_search/

# permette di fare una ricerca fra i commenti

../video-analytics.google.com/yap/iba/

# attività preferite di varie fasce di pubblico (in base all’età, alla nazione, ecc..)

../captiontube.appspot.com/

# per creare i sottotitoli ai video (Google account required)

./html5/

# per poter visualizzare i video in html5

./disco/

# più interessante di quanto possa sembrare, questa “implementazione” 8che sembra presentarsi come un semplice motore di ricerca) permette, invece, di creare una playlist a partire da una parola. Per esempio se scrivo il titolo di un film ascolterò la colonna sonora dello stesso, se scrivo una altra parola ascolterò le canzoni associate a quella canzone. Per esempio ho scritto ubuntu e ho ascoltato i S.O.A.D. ( Soldier Side ) – ( 0.0 ) mentre scrivendo Microsoft ho ascoltato i Motorhead ( Killed By Death ).

./feather_beta

# Attivando questa opzione i video di youtube verranno visualizzati in pagine “a latenza molto bassa”, ovvero in pagine molto più veloci da caricare (non dovrete caricare tutti i commenti, i moduli per la condivisione ecc…)

Una comodità, a volte irrinunciabile, se si devono digitare spesso gli stessi comandi è crearsi degli script bash, o con altro interprete, in modo anche da non doverci per forza ricordare, anche semplici, serie di comandi (io lo faccio per lo più per pigrizia).

Un esempio della mia pigrizia è stato la creazione di questo script:

#!/bin/bash
sudo aptitude update
sudo aptitude -y dist-upgrade
sudo aptitude -y install

(davvero da fare schifo)

Uno script più utile invece mi permette di sapere il mio ip senza dover aprire il browser e farlo puntare a http://checkip.dyndns.org/

ma semplicemente così:

xXx@terminale:~$ myip
212.227.101.236
xXx@terminale:~$

myip è un file in /usr/bin/
eccone il contenuto:

xXx@terminale:~$cat /usr/bin/myip
#!/bin/bash
wget http://checkip.dyndns.org/ -q -O - |
grep -Eo '\<[[:digit:]]{1,3}(\.[[:digit:]]{1,3}){3}\>'

xXx@terminale:~$

ho semplicemente copiato quelle 3 righe trovate su un forum (credo di ubuntu in una discussione su conky) nel file /usr/bin/myip senza dimenticarmi di dargli i permessi di esecuzione:

sudo chmod +x /usr/bin/myip

Un’altro script utile che spesso incontro nelle guide per aggiungere repository e questo:

sudo apt-get update 2> /tmp/keymissing; for key in $(grep "NO_PUBKEY" /tmp/keymissing |sed "s/.*NO_PUBKEY //"); do echo -e "nProcessing key: $key"; gpg --keyserver subkeys.pgp.net --recv $key && gpg --export --armor $key | sudo apt-key add -; done

che permette di aggiungere tutte chiavi pubbliche (le PGP di apt) senza dover digitare il codice della chiave (sfrutta l’output di apt)

Utilizzate torrent? avete decine di siti su cui cercarli?

Sfigati!! C’è un programma che fa questo sporco lavoro per voi:

Torrent Search:

per ubuntu:

wget http://sourceforge.net/projects/torrent-search/files/torrent-search/0.8.0/torrent-search_0.8.0_all.deb/download
sudo gdebi torrent-search_0.8.0_all.deb

da Linux Freedom For Life

Vi siete rotti le palle degli aggregatori di feeds on-line?

Liferea:

sudo aptitude -y install liferea

probabilmente uno dei più diffusi aggregatori di feed, disponibile nei repo di tantissime distribuzioni.

Pensavate che ubuntuone fosse una figata, ma siete rimasti delusi dopo che avete visto quanto fosse poco pratico?

Dropbox:

la registrazione funziona su invito, quindi seguite questo link: Registrazione (vi verrà chiesto soltanto un nick e l’e-mail, che non richiede conferma).
il programma è già precompilato e impacchettato sia per ubuntu che per Fedora, e tramite sorgenti portabile su altre distro. Comunque disponibile anche per Windows e Mac OS X.
Cosa fa di preciso? Il pacchetto di installazione installa un repository da cui successivamente si installa e si mantiene aggiornato.
Il software manterrà sincronizzata una cartella scelta con i computer nella lan e con i computer remoti linkati con lo stesso account. Inoltre permette la condivisione dei file, molto meglio dei più diffusi siti di file hosting.

I collage di immagini vi appassionano?

SharpeCollage:

semplice ma efficace programmino multipiattaforma (java-style) per creare collage delle forme personalizzabili. Scaricalo e avvialo con un solo click dal sito www.sharpecollage.com

Questi sono appunti personali per non dimenticare … (la mia solita memoria paragonabile a quella di un pesce rosso..)

Atp-Fast:

sudo add-apt-repository ppa:tldm217/tahutek.net

sudo apt-get update

sudo apt-get install apt-fast

Utilizzo Windows raramente, a volte mi dimentico di continuare a buttare via parte dello spazio sull’hard-disk per quel sistema operativo.

Quelle poche volte che lo utilizzo è sempre uno strazio. Immancabilmente una di quelle poche volte windows muore e non si avvia più.

Qualcuno mi spiega perchè con linux quando voglio fare qualcosa ci riesco, mentre con windows dopo qualche click di troppo mi ritrovo con un OS inutilizzabile?

Se non è normale ditemelo, vado a fare il beta tester Microsoft!

[ennesimo ritorno alla recovery mode di windows (fra qualche mese o poco più) ]

EDIT:

ho cancellato definitivamente l’ultima partizione windows dai miei computer

=)

È inevitabile, se hai in dual boot windows e Linux quando sei su windows hai bisogno di un file su una partizione Linux.

Fino a poco tempo fa ero convinto che non esistessero metodi veloci per recuperare file in queste partizioni, ma non conoscevo Explore2fs.

Questo tool permette di visualizzare (con un interfaccia grafica simil “espora risorse”) i file contenuti nelle partizioni formattate Ext2 e Ext3 (siano esse partizione di un HD o chiavi USB ecc..).

La brutta notizia che ormai questi file system (Ext2 Ext3) sono superati e di solito le distro Linux adottano di default il file system Ext4 che non è ancora supportato dall’applicazione.

Edit:

È possibile leggere i file system Ext4 con la versione 2.2 del programma: Ext2Explorer-2.2 (l’exe in questione non necessita di installazione. È un semplice browser che permette di esplorare i file system Linux; non integra nessun driver in windows)vece

EDIT (12/11/2010):

Se invece volete un driver che visualizzi le partizioni come normali partizioni  in explorer (d:/ , e:/ , ecc…) ext2fsd: